Violazione della privacy e videosorveglianza, in un racconto

26 giugno 2026
Tempo di lettura stimato: 10'
Lo scenario è desolante: c’è molta intelligenza artificiale e tanta ignoranza naturale in giro. 

Ci sono nuovi rischi per il futuro, ma molti scivolano ancora sulle bucce di banana di ieri. Le solite cose, in cui si sono incartate centinaia di aziende…
 
Per esempio, la videosorveglianza. L’Autorità Garante si è espressa chiaramente molte volte e da diversi anni su questo tema. Le regole per installare un sistema di videosorveglianza senza violare il GDPR sono diverse in ambito privato, pubblico e aziendale. Ma, in generale, sono molto stringenti:

  • In ambito privato l'installazione di impianti di videosorveglianza è completamente libera e non richiede alcuna autorizzazione (per esempio quella dei condomini), ma le riprese non devono riguardare spazi collettivi o luoghi di passaggio pubblico. Quindi bisogna evitare che le telecamere (compresi i videocitofoni) inquadrino spazi pubblici esterni come la porta del vicino. Le riprese effettuate non possono essere in alcun modo diffuse. E se si installano videocamere nascoste in casa, soprattutto in bagno e in camera da letto? È un reato che prevede anche la reclusione. Quindi, occhio. 
  • Nel caso in cui l'oggetto della videosorveglianza sia uno spazio pubblico o venga effettuata da un'azienda è obbligatoria l'informativa: gli interessati devono essere informati della presenza di una zona sorvegliata a mezzo video, anche nel caso di eventi pubblici, con cartelli espliciti, comprensibili e sempre visibili. L’informativa può essere minima – per esempio, un cartello con la scritta "area videosorvegliata" con adeguata immagine esplicativa – ma anche stavolta vale il concetto: se si installano videocamere nascoste in bagno e negli spogliatoi? È un reato che prevede anche la reclusione. Quindi, occhio.
E invece… 
Se leggi la cronaca scopri che c’è chi ha installato le telecamere negli appartamenti che ha dato in affitto per spiare gli inquilini – mica davanti all’ingresso, le ha messe in bagno, in cucina e in camera da letto -, c’è chi installa telecamere per lavoro e spia di nascosto i clienti, chi le installa in bagno per controllare i dipendenti… 
Sporcaccionate vecchie come il mondo, dove la violazione della privacy va a braccetto con i vizietti e le perversioni voyeuristiche di chi pensa di fare il furbo. 
Quindi? Quindi, la cronaca – anche stavolta - mi ha ispirato per scrivere la seconda parte del racconto “Sushi, stories e tradimenti”. Se non hai letto la prima parte, corri a recuperarla perché il mio alter ego Andrea Kaiser sta per fare una scoperta piccante… 
Buona lettura! 

Sushi, stories e tradimenti – Un caso romantico per Andrea Kaiser (PARTE 2)

Kaiser stava per lanciarsi in una descrizione molto colorata della sua esperienza a Kabukichō, il distretto a luci rosse di Tokyo, quando una voce familiare spezzò il silenzio.


«Dottor Kaiser! Ero a fare un massaggio qui di fronte e mi hanno chiamato per un’urgenza. Certo, non mi aspettavo di vedere lei! Non mi dica che è venuto a parlarmi ancora di privaci?» disse gongolando il proprietario del ristorante. 

Il DPO non credette ai suoi occhi.

Ortensio Faina.

L’ometto che, dal loro primissimo incontro in un caso di controllo dei lavoratori in azienda, era quasi diventato la sua nemesi, indossava un kimono d’oro con una tigre ricamata. Ondeggiando sui geta di legno (i tradizionali sandali giapponesi) con la stessa grazia di una geisha, si avvicinò al gruppetto.

Kaiser capì subito che la violazione della privacy a cui aveva appena assistito – la pubblicazione sui social del video di due amanti, senza consenso - doveva essere per forza solo la punta dell’iceberg di una situazione molto più compromettente. 

Più vicino agli ottanta che ai settanta, Ortensio Faina era lo stesso di sempre, salvo che per il kimono di cattivo gusto. Zazzera di capelli neri troppo uniformi per essere naturali, lo fissava con un’aria a metà tra il furbo e l’ignaro. Kaiser ricordava il loro primo incontro come una delle mezz’ore più surreali della sua carriera.

Ortensio Faina all’epoca era il proprietario e fondatore di un piccolo impero locale di logistica nella Bassa Padana, uno di quegli imprenditori cresciuti negli anni in cui “si faceva tutto a voce”, quando i documenti servivano solo per incartare il pesce, gli aveva sentito dire una volta Kaiser. Lo aveva accolto con un monologo infuocato contro la privaci: «Questa privaci è un’altra cazzata di chi non ha voglia di lavorare! Una volta facevo come mi pareva. Mettevo le telecamere dove volevo…»

E poi, abbassando la voce con aria complice e un po’ nostalgica, aveva aggiunto:

«Un anno ne ho messa una anche nel bagno delle dipendenti… finché non mi hanno scoperto e ho dovuto tirare via tutto… peccato…»

Kaiser lo aveva gelato con lo sguardo e Faina si era subito corretto, alzando le mani:

«Adesso non le ho più, eh! Lo sa Dottor Kaiser, con questa privaci… non si può! Ho capito che non andava bene…»

E non era finita lì.

Qualche mese dopo, Kaiser lo aveva incrociato di nuovo in una situazione ancora più improbabile: un locale di lap-dance, stile caraibico, musica assordante. Sul palco, tra piume e lustrini, due uomini in tanga fucsia ballavano con entusiasmo discutibile.

Erano Ortensio Faina e il figlio, Simplicio.

 
Il patriarca della “lotta contro la privaci” che sculettava con un costume alla Borat, sotto una palla stroboscopica, era stato prelevato e portato via dalla nipote, Bianca Granitica, che, per fortuna dei dipendenti dell’azienda - e della società in generale, pensava Kaiser -, aveva preso le redini dell’impresa. 

E ora eccolo lì.

«Signor Faina… la trovo bene» disse Kaiser con calma, mentre osservava – un po’ invidioso - i candidi tabi (calzini giapponesi) che l’ometto indossava con tanta naturalezza «Vedo che si è dedicato alla ristorazione...»

«Sì, è proprio così! Sa, Bianca, ehm… mia nipote» disse schiarendosi la voce «Certo, lei la conosce bene… Ecco, per ringraziarmi degli anni passati in azienda, mi ha regalato un bonuss»

“Come no, ti avrà dato una somma per non fare più danni e tenerti impegnato” si disse Kaiser.

«All’inizio ho usato il bonuss per fare dei viaggi» stava proseguendo Faina «Ma sa, Dottor Kaiser, un imprenditore è un imprenditore… Non ce la facevo più a stare con le mani in mano e niente… Il bisnesss chiama, ce l’ho nel sangue! Così ho rilevato un ristorante fuori moda, ho assunto il miglior chef giapponese della zona – Oh, è nato a Tokyo, eh! 100% nipponico! – ed eccomi qua» aveva concluso Faina allargando le braccia. 

Kaiser dovette ammettere con sé stesso che, come imprenditore, Ortensio Faina era bravo sul serio. Aveva fiuto e capacità. Poi si ricordò dei due amanti colti flagrante e del motivo per cui era lì. 

«Mi fa piacere per lei, ma sono qui per parlare di una questione che potrebbe costarle una bella multa» tagliò corto il DPO.
L’altro sbiancò leggermente sotto l’abbronzatura artificiale.

“Continua ancora a fare le lampade?” pensò Kaiser per un attimo. 

«Multa? Ma per cosa? Qui si mangia bene, è tutto in regola! Pulizia, permessi, alimenti… tutto! È un bisnesss serio questo!» esclamò Faina con enfasi. 

«Parlo delle stories pubblicate sul profilo social del ristorante» proseguì Kaiser con tono fermo. «Un video in cui si vedono chiaramente due persone identificabili mentre si baciano. Il filmato è stato caricato online senza il loro consenso e siccome la signorina è fidanzata… ehm…. con un altro» disse occhieggiando i due amanti, che stavano sprofondando nella sedia «Oltre a essere un trattamento illecito di dati personali, rischia anche una denuncia per danno morale. Immagini, contesto, luogo, orario: era tutto in chiaro e ha prodotto un danno concreto!»

Indicò con un cenno della testa la coppia mortificata e raccontò brevemente a Faina del Lorenzo Lamas fuori dal ristorante.

«La pubblicazione ha rivelato una relazione privata a un soggetto terzo, il fidanzato. Con conseguenze evidenti. Questo significa violare il GDPR sotto molti punti di vista: innanzitutto non è stato comunicato il fatto che le persone sarebbero state riprese, poi non è stato chiesto il consenso all’uso delle immagini, infine, è chiaro, c’è il danno morale per i due che sono stati sorpresi e per il fidanzato. Una denuncia non gliela toglie nessuno Dottor Faina…»

L’ometto si rattrappì nel suo kimono dorato. 

«Ah… ma quelle stories? Ma le fanno tutti! È pubblicità! Cosa vuole che sia? Si vede solo che si divertono!» 


Kaiser lo fissò.

«Chi ha pubblicato il video, Dottor Faina?»


Silenzio.


«Be’…» Faina si lisciò la tigre ricamata sul petto. «Io... Ogni tanto mi piace essere… moderno, sa… Bianca dice che bisogna stare sui social. Ho visto che ballavano, era una bella atmosfera… ho pensato: questo attira di sicuro nuova clientela. Fa bene al bisnesss…»


Kaiser chiuse gli occhi per un secondo.


«Ha chiesto il consenso?»


«Eh… no. Ma erano in sala! In pubblico!»


«Essere in un luogo aperto al pubblico non significa accettare la diffusione online. Una cosa è cenare. Un’altra è finire sui social davanti a migliaia di persone.»


Ortensio deglutì.


«Io non lo sapevo… Non volevo fare danni.»


«Il fatto che non lo sapesse non elimina la sua responsabilità. Presenterò ai due signori e al signor Tommasone alcuni legali di fiducia, così potranno valutare come tutelarsi.»


I due amanti si scambiarono uno sguardo terrorizzato.


«Ma io tolgo subito il video!» esclamò Faina, già armeggiando col telefono. «Lo cancello! Non lo faccio più! Giuro! Chiamo Bianca, le chiedo di sistemare tutto, di fare… come si dice… le indicative


«Forse intende le informative... Comunque, il video non è più visibile, per fortuna, le stories durano 24 ore» lo corresse Kaiser. «Ecco, fa bene, le consiglio di chiamare sua nipote, che di GDPR e questioni legali se ne e intende. E già che c’è, dovrebbe fare un corso base sul consenso, Dottor Faina.»


Ortensio annuì come uno scolaretto in punizione.


La questione, almeno formalmente, era chiusa. Kaiser invitò i due amanti a uscire. Avrebbero parlato con calma fuori, lontano da occhi indiscreti.


Si avviarono verso le scale.


Sulla soglia, però, Kaiser si fermò.


Si voltò lentamente, come faceva il Tenente Colombo quando stava per dare la stoccata finale.


«Mi dica, almeno questa volta le telecamere sono tutte dove devono essere, Dottor Faina, vero?»


Una risata secca e affettata ruppe il silenzio.


Ortensio Faina ridacchiava nervosamente, con gli occhi piccoli e neri che non riuscivano a staccarsi da un punto della stanza, proprio di fianco a Kaiser.


Il DPO si irrigidì.


Con la coda dell’occhio notò la porta del bagno, socchiusa.


«Posso?» chiese, senza aspettare risposta.


Entrò.


Bagno impeccabile. Piastrelle lucide, specchi senza aloni, profumo di fiori di ciliegio nell’aria. Apparentemente nulla di anomalo.


Poi lo vide.


Non un water qualunque.


Un washlet di ultima generazione. Seduta riscaldata, pannello di controllo laterale, sensori di presenza, sistema automatico di apertura, deodorante incorporato.
Tecnologia giapponese raffinata.


Kaiser si avvicinò lentamente.


«Bel modello» disse a voce alta.


Faina, da fuori, non rispose.


Il DPO si chinò leggermente. Il pannello laterale sembrava essere stato smontato e rimontato. Una vite non perfettamente allineata. Un piccolo foro irregolare nella plastica, troppo discreto per un occhio distratto.


Ma non per il suo.


Si inginocchiò.


«Non può essere così ingenuo» mormorò.


Con due dita sollevò la copertura laterale. Un clic.


Dentro, nascosta tra i cablaggi del sistema di riscaldamento, c’era una microcamera.


Piccola. Nera. Con una minuscola spia coperta da nastro opaco.


Kaiser si alzò lentamente.


Faina sudava copiosamente. 


«È solo per sicurezza!» balbettò. «Sa… i vandalismi…»


«Nel bagno?» domandò Kaiser glaciale.


«Ma non registra sempre! Solo… quando…»


«Quando qualcuno si siede?» completò Kaiser.


Faina era ormai accasciato su una sedia. Con una mano teneva l’orlo del kimono, con l’altra, si lisciava nervoso una ciocca di capelli tinti. 


«Lei si rende conto della gravità?» disse il DPO con voce bassissima. «Qui non parliamo più di leggerezza sui social. Qui parliamo di una captazione sistematica di
immagini in un luogo di massima riservatezza. È una violazione gravissima della privacy, dei dati personali e…. della dignità delle persone! E non è solo una questione amministrativa, qui c’è il penale Dottor Faina, punibile con la reclusione!»


L’ometto sembrava essersi rimpicciolito di dieci centimetri.


“Il lupo perde il pelo ma non il vizio” si disse Kaiser. 


«Non ho mai diffuso niente… è solo… una precauzione…»


«È un trattamento illecito fin dalla raccolta. Senza base giuridica. Senza informativa. Senza proporzionalità. Senza niente.»


Kaiser prese il telefono e lo porse a Faina.


«Adesso chiama Bianca. Subito.»


L’ometto obbedì con le mani tremanti.


«Bianca? Sì… c’è qua il Dottor Kaiser… No, niente di grave… cioè… forse sì…» e iniziò a raccontare. 


Kaiser guardò ancora una volta il washlet manomesso.


Quella sera doveva essere romantica. Sushi, sake e dichiarazioni d’amore.


Invece… 


Sospirò.


Fuori, Luisa lo stava aspettando. Tommasone se n’era andato.

 
“Per fortuna” si disse Kaiser, ravvivando il kimono. 


Sapeva già che quella cena, prima o poi, avrebbe dovuto recuperarla.


Ma prima, c’era da salvare la dignità della coppia colta in flagrante. 


E forse, per l’ennesima volta, anche Ortensio Faina, da sé stesso.




RIPRODUZIONE RISERVATA. Ne è consentito un uso parziale, previa citazione della fonte.

Biografia dell'autore

Andrea Chiozzi è nato a Reggio Emilia il 4 Agosto del 1969, reggiano “testaquadra” DOC come il lambrusco, ed è sposato con Luisa che lo sopporta da più di vent’anni.
Imprenditore e consulente, da più di 12 anni è l’Evangelist del GDPR.

Attività professionali:
Andrea Chiozzi è il fondatore di PRIVACYLAB, per la gestione avanzata delle attività legate alla compliance per il Regolamento Europeo 679/2016.
Esperto di GDPR e protezione dei dati personali (soprattutto nelle aree più problematiche quali il marketing digitale e i social network, il digital advertising, l’Internet of Things, i Big Data, il cloud computing),
Andrea presta consulenza per la media e la grande industria italiana e si occupa di organizzare e condurre i consulenti aziendali ad un approccio ottimizzato alla gestione della Compliance GDPR.
È ideatore del sistema Privacylab e della metodologia applicata ai consulenti certificati GDPR. 
Nel 2003 dà vita alla figura di “Privacy Evangelist” e comincia a girare l’Italia come relatore in vari convegni e corsi in tema di protezione dei dati personali arrivando a evangelizzare più di 10.000 persone.

È commissario d’esame per:

UNICERT per lo schema DSC_12/30 per Consulenti Certificati GDPR
TÜV dello schema CDP_ 201 Privacy Officer, Bureau Veritas
CEPAS Bureau Veritas DATA PROTECTION OFFICER per lo schema SCH73 norma Uni 11697:2017 (Accredia) 
ACS ITALIA DATA PROTECTION OFFICER per lo schema SCH01 norma Uni 11697:2017 (Accredia)
UNIVERSAL Gmbh DAKKS per lo schema ISO/IEC 17024:2012 "DATA PROTECTION OFFICER"

E' certificato con:
Unicert come "Consulente Certificato GDPR" n. 18203RE22
TÜV come “Privacy Officer e Consulente Privacy” n. CDP_196.
Cepas Bureau Veritas "Data protection Officer" n. DPO0206
UNICERT DAKKS " Data Protection Officer" n. DPO 0818 010012

Fa parte del Comitato Scientifico Privacy di Torino Wireless, GDPR Academy e di Agile DPO .

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